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Così le fiabe svelano il mondo

Riportiamo l'articolo di Giulia Zino pubblicato sul Corriere dell Sera domenica 3 maggio (qui l'articolo integrale nell'archivio online del Corriere) in cui si parla dell'importantissimo valore pedagogico ed educativo della fiabe. L'ennesima dimostrazione dell'importanza delle fiabe nella formazione dei bambini.

 

I bambini a lezione da Pollicino: così le fiabe svelano il mondo

Altro che storie: Cenerentola, Biancaneve e compagnia sono ancora oggi uno dei primi strumenti attraverso cui i bambini fanno conoscenza con il mondo. Un concentrato di pedagogia che viaggia sulle ali del fantastico. E che ci indica il cammino. «Le fiabe sono la carta per interpretare la vita e le esperienze - spiega Cesare Scurati, professore di Pedagogia alla Cattolica di Milano -. Non hanno tempo, parlano un linguaggio semplice, diretto e toccano temi importanti senza bisogno di mediazioni». Di più, rispondono ad un bisogno essenziale del nostro essere uomini: «La narratività è un principio intrinseco alla natura dell' uomo e dunque anche a quella del bambino: abbiamo bisogno di raccontare per crescere, per riflettere, per conoscere le nostre radici e quello che c' è stato quando ancora noi non c' eravamo».

Il racconto, spiega Scurati, «è il modo che l' uomo ha per passare all' altro uomo la propria esperienza. Perché la nostra è la specie che si racconta». Anche attraverso le fiabe: «Danno un senso di continuità. Raccontare è importante in famiglia, a scuola. Ad alta voce, per dare un senso di comunicazione profonda e tenere viva l' attenzione». Giocando con la fantasia ma seguendo le regole, perché per i più piccoli la fiaba è un rito: «I bambini - continua Scurati - si riconoscono in quello che sentono e ascoltare le fiabe raccontate sempre nella stessa maniera dà loro un senso di sicurezza: non possiamo cambiargli troppo le carte in tavola».

Niente scherzi, dunque, perché le favole sono una cosa seria. E affrontano temi profondi. Un esempio? La differenza tra il bene e il male. «Su questo punto - spiega Federica Mormando, psichiatra e presidente di Eurotalent Italia, un' associazione che si occupa di bambini ad alto potenziale intellettivo - i nostri bambini sono confusi. Il concetto di bene e male è stato sostituito da quelli di lotta e nemici: il nemico non è il cattivo, ma è cattivo perché è il mio nemico». Una differenza che le favole possono aiutare a chiarire. Ma non solo: «Favorendo l' identificazione - continua - le fiabe incoraggiano alla fiducia in se stessi e all' indipendenza. L' esempio classico è Pollicino: i genitori, non potendoli più mantenere, mandano via i figli.

All' inizio i bambini sono in difficoltà, ma poi sono costretti a cavarsela da soli e ci riescono». Un lieto fine che insegna a contare sulle proprie forze senza affidarsi sempre a mamma e papà. Ma al mondo non ci sono solo genitori e fratelli minori: «Le favole - spiega ancora la psichiatra - insegnano allo stesso tempo la cautela e la fiducia verso la molteplicità degli incontri che la vita ci mette davanti: draghi e streghe cattive da cui tenersi lontani ma anche fate e altri amici portatori di aiuti insperati». E se alla «molteplicità di insegnamenti» si accompagna la piacevolezza del racconto e magari un adeguato sottofondo musicale, il gioco è fatto. Perché le favole sono strumenti insostituibili nell' educazione alla vita, e vanno bene così come sono: «Stabili come le Dolomiti: non facciamo cambiare il finale delle fiabe, raccontiamo ai nostri figli quelle classiche, portatrici di una tradizione antica e di valori ancora attuali». Proprio tutti da salvare? «Il ruolo della donna qualche volta lascia a desiderare - concede Mormando - con tante principesse pronte ad addentare la mela avvelenata o ad aspettare in eterno il principe azzurro. Ma si può, dopo il racconto, aiutare i bambini a riflettere e spiegare che cosa è cambiato. Poi, in fondo, un messaggio di speranza non guasta».

E ben venga il «vissero tutti felici e contenti»